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Centoventesimo anniversario nascita di don Mottola

Un amore senza ritorni, senza riposi, senza confini, è questa la Santità

Diretta streaming della Celebrazione Eucaristica, nella Concattedrale di Tropea, domenica 3 gennaio 2021 alle ore 18:00 sulla pagina Facebook di tropeaedintorni


Il Video in HD

Omelia per la celebrazione eucaristica del 3 gennaio 2021

120° anniversario della nascita del Venerabile don Francesco Mottola (Concattedrale di Tropea)

Il vangelo di questa seconda domenica dopo Natale, la prima domenica del nuovo anno, è la stessa pagina che abbiamo già ascoltato il giorno di Natale: il celebre prologo del vangelo di Giovanni.
Averlo riascoltato, oggi, potrebbe provocare in ciascuno di noi la stessa reazione che abbiamo rispetto a cose che sembrano ripetitive e cose già conosciute. In realtà qui non c’è nulla di ripetitivo o di “minestra riscaldata”, perché ci troviamo di fronte all’annuncio del Mistero del Natale e quindi dell’evento più importante della storia e cioè la venuta del Signore in mezzo a noi.
Il fatto che la Chiesa, nella liturgia, senta il bisogno di riproporlo anche oggi è per noi una indicazione preziosa a non distrarci, a non sottovalutare quello che è accaduto e che abbiamo celebrato. Perché se è vero che fra qualche giorno, riporremo negli scatoli i segni esterni del natale ( presepe, addobbi), questo non può e non deve accadere nel nostro cuore, rispetto a ciò di cui la Chiesa ci ha fatto fare memoria. L’evento del Natale non può andare nel dimenticatoio, non possiamo dimenticarlo in fretta, archiviandolo nel passato, così come se fosse una festa o un rito tradizionale da calendario, ma è qualcosa di talmente grande che deve illuminare sempre la nostra esistenza.
Quell’evento ci dice che la nostra vita ha un senso, ha uno scopo, è riempita di contenuto e di significato, solo se noi facciamo spazio a questo Dio che ha voluto abitare in mezzo a noi.
Giovanni ce lo ha ben ricordato: “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. La traduzione esatta del testo è “pose la sua tenda”; il Verbo, ossia la Parola di Dio, la Sapienza di Dio incarnata che è Cristo pose la sua dimora in mezzo a noi.
Non ha voluto e non ha osato farci una visita di cortesia, ma ha scelto di mettere radici in mezzo a noi, così come siamo. Non ha cercato una situazione ideale, ma si è incarnata in una situazione deleteria, disprezzabile, non buona, non desiderabile come la nostra umanità.
Insomma si è fatto carne e come ci ha ricordato Papa Francesco, nelle parole dell’Angelus di oggi, “si è fatto fragilità, per toccare da vicino le nostre fragilità”.
Ma cosa significa tutto questo per noi?
Non è uno spot pubblicitario che passa, ma è una realtà teologica che ci avvolge e ci permea.
Significa che niente della nostra vita gli è estraneo. Significa che Dio non guarda più alla nostra storia dall’esterno o dall’alto; significa che il Dio che noi preghiamo è un Dio che abita dentro la nostra storia e quindi la nostra storia è dentro al cuore di Dio; significa che la nostra storia non è soltanto la nostra ma fa parte di una storia più grande che è quella di Dio. Significa che tutto ci parla di Lui e che in ogni frammento di questa nostra umanità, anche quello di cui noi ci vergogniamo, Lui si rivela.
Ma per riconoscere tutto questo, per accorgerci di questa presenza è necessario avere occhi nuovi, gli occhi della fede. Tutto mi parla di Dio se ho occhi per riconoscerlo.
Avere occhi per riconoscerlo significa anche avere la consapevolezza che non c’è tenebra della nostra vita che possa avere su di noi una vittoria definitiva. Le tenebre ci sono e ci saranno, ma la Luce di Dio prima o poi troverà il modo di far risplendere la nostra vita.
Ma non basta riconoscerlo, bisogna anche accoglierlo. E’ quello che Lui ci chiede, rispettando anche la libertà del non accoglierlo.
Ma solo se noi accogliamo questo Bambino, Sapienza incarnata e la Parola del Padre, solo se facciamo farci mangiatoia, solo se sappiamo offrire il nostro cuore fragile e peccatore come tabernacolo dell’Eterno, Lui ci cambia la vita e ce la illumina perché ci dà il potere di diventare figli di Dio. Il Verbo ci dona il potere di essere suoi; di fare cioè esperienza di questo amore e di questa luce.
Accoglierlo è molto più che un vago sentimento di apertura al Signore. Accoglierlo è fargli spazio facendo arretrare le nostre pretese. Accoglierlo è fargli piantare la sua tenda in mezzo ai nostri progetti; accoglierlo è lasciarsi disturbare da una presenza che cambia radicalmente le cose; accoglierlo è saper vivere la vita nel dono di sé, sapendo che ognuno può riconoscere la propria verità se non nell’incontro con gli altri.
Oggi noi facciamo memoria del 120° anniversario della nascita del Venerabile don Francesco Mottola, avvenuta a Tropea il 3 gennaio 1901, da Antonio e Concettina Braghò; primogenito della sua famiglia, battezzato il 5 gennaio 1901 nella parrocchia di San Demetrio con il nome di Francesco Gaetano Umberto.
Questo evento è motivo di grande gioia per tutta la famiglia oblata, qui presente nei sacerdoti, nelle oblate e oblati laici, per tutta la città di Tropea, per tutta la nostra chiesa diocesana e la Chiesa tutta.
Ma altresì è motivo di grande speranza, fiduciosi che nel corso di questo nuovo anno, si possa celebrare il rito della Beatificazione, rinviato lo scorso anno, a causa della pandemia.
Don Mottola è stato un uomo, un cristiano, un sacerdote, un apostolo che ha vissuto fino in fondo la bellezza di essere figlio di Dio; ha aperto il suo cuore alla Parola fatta carne, ha reso possibile e soprattutto visibile che Cristo abitasse in Lui. Questa è la santità!
Scriveva: “ la vicenda di Cristo deve essere la nostra vicenda. Chi non vive la vita di Cristo ha fallito la sua meta e non può assolutamente raggiungere il fine. L’imitazione di Cristo dice tutto questo: perché la verità è una sola, quella sacrosanta del Vangelo, applicata e vissuta nella nostra persona umana: bisogna tradurre la vita di Cristo nella nostra carne mortale”.
Mi piace concludere con le parole di San Gregorio Nazianzeno, la cui festa liturgica abbiamo celebrato ieri, 2 gennaio, affinchè comprendiamo, anche sull’esempio di don Mottola, che l’incontro con Cristo, il Verbo fatto carne, non è l’incontro con uno stile di vita, ma l’incontro con ciò che muove la vita da dentro, rendendola nuova:
Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho piu’ di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.

don Francesco Sicari OSC

Daniela Stroe
Appassionata di fotografia e video, esperta in social media e comunicazione, giornalista pubblicista iscritta nell'albo professionale dell'ordine dei Giornalisti della Calabria è collaboratrice di Tropeaedintorni.it, testata per la quale cura i network collegati al sito e realizza articoli, reportage fotografici e video.
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